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Giorgio Bignami, per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto dell'8 febbraio 2012, commenta tre recenti studi sul consumo di cannabis che smentiscono alcuni pilastri del proibizionismo.
In questa rubrica si sono spesso commentati lavori che apparentemente
mostravano danni neuropsicologici di lungo termine o aumentata
insorgenza di disturbi mentali dopo consumi anche moderati di cannabis.
In sintesi, si è sottolineato: 1. come in tali lavori non fosse adeguata
la analisi dei fattori confondenti (diversi status economici e
culturali, sofferenza psichica non riconosciuta a monte dell'uso di
droga, ecc.); 2. come i risultati di studi osservazionali pur ampi e ben
controllati siano spesso azzerati, o addirittura capovolti, dagli studi
randomizzati in doppio cieco (come è avvenuto nel caso dei trattamenti
ormonali di donne in menopausa), studi ovviamente non fattibili nel caso
delle droghe. Ora una ricerca australiana (Tait et al, Addiction,
ottobre 2011) ha analizzato ripetutamente, lungo l'arco di otto anni, le
performance cognitive di oltre 2000 soggetti, inizialmente di 20-24
anni, distribuiti in sei classi a seconda dell'entità del consumo di
cannabis e del suo andamento temporale ("antecedente leggero", "costante
leggero", "antecedente pesante", "costante pesante", "solo
antecedente", "mai"). Scontati gli effetti del livello di educazione,
del sesso di appartenenza e delle interazioni tra detti fattori tra di
loro e con i successivi tempi dei test - una valutazione particolarmente
sofisticata dal punto di vista statistico, rispetto agli studi
precedenti, questa delle interazioni - tutti i gruppi sono risultati
indistinguibili tra loro: salvo un deficit in uno solo dei test (quello
che misura il ricordo dell' informazione recentemente acquisita) nel
gruppo "pesanti costanti"; un danno peraltro relativamente modesto
rispetto alle caratteristiche, comunque fermamente sconsigliabili, di
tale stile di consumo. Per quanto riguarda i meno giovani, un altro
studio britannico (Dregan e Gulliford, "American Journal of
Epidemiology", febbraio 2012) ha valutato in circa 9000 soggetti
l'associazione tra vari stili di consumo di droghe (per lo più, ma non
solo, cannabis) a 42 anni e le performance in test cognitivi 8 anni
dopo, riscontrando deterioramenti del resto non drammatici solo nei
consumatori pesanti e inveterati. In tale studio si è addirittura dovuto
"scontare" coi fattori confondenti - in particolare il più elevato
livello di educazione - l'apparente relazione mediamente positiva tra
consumo di droga remoto e/o recente e successiva performance nei test.
Cioè essendo la percentuale di consumatori più elevata tra i soggetti di
miglior livello socioeconomico ed educativo, e non riportando essi
danni accertabili - salvo il solito caso di uso pesante e prolungato -
questi performano meglio dei consumatori loro coetanei di categorie meno
fortunate. Infine un terzo studio statunitense (Pletcher et al,
"Journal of the American Medical Association", gennaio 2012), oltre a
verificare per l'ennesima volta il deterioramento della funzione
polmonare nei fumatori di tabacco, ha riscontrato un certo miglioramento
della medesima nei fumatori di cannabis; ma manca qui lo spazio per
riassumere l'interessante discussione sui possibili meccanismi che
potrebbero esser responsabili di tale beneficio. E per chiudere: notino i
lettori lo status elevato di tutte e tre le succitate riviste.
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