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Fonte: Il Manifesto, di Susanna Ronconi 02/08/2017

Stanze del consumo. È l’ora di Baltimora

Susanna Ronconi scrive sul dibattito in USA sulle stanze del consumo per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 2 agosto 2017.

Gli USA sono alla ribalta per quella rapida inversione di tendenza che ne ha fatto i protagonisti di un vasto processo di legalizzazione della cannabis che coinvolge numerosi Stati. Gli Stati Uniti restano però un paese di grandi contraddizioni, hanno infatti ripreso a sostenere la war on drugs dopo la parentesi della Presidenza Obama e mentre si legalizza al contempo continua il bando contro i servizi di riduzione del danno (RdD) che altrove, in Europa per esempio, sono ormai acquisiti: per andarli a scovare bisogna leggere le iniziative delle organizzazioni della società civile, come accade per la distribuzione di naloxone o di siringhe. Una novità è rappresentata da alcune municipalità, che rivendicano un nuovo protagonismo, proprio come avvenne in Europa negli anni novanta.

Già tra il 2014 e il 2015 il sindaco della cittadina di Ithaca, 30mila abitanti, Stato di New York, avvia un processo partecipato con la società civile e stila un documento  programmatico, Piano Itaca. Un approccio di salute pubblica e di sicurezza su droghe e politica delle droghe che  ha il merito di promuovere una alternativa  dichiarata all’approccio law&order, affermando che i servizi orientati all’astinenza non sono tutto ciò che si deve fare e pianificando lo  sviluppo della RdD, stanza del consumo inclusa. Oggi si appresta a muoversi in questa direzione anche Baltimora, Maryland, 700 mila abitanti e un’area metropolitana di oltre due milioni e mezzo di abitanti, con uno dei più elevati tassi di morti per overdose degli USA, un aumento vertiginoso dell’uso problematico di fentanyl, una percentuale di persone HIV positive tra i consumatori per via iniettiva che è il doppio di quella federale.

La città individua nelle stanze del consumo (chiamate SIF, Supervised Injection Facilities) il servizio che può dare un contributo a ridurre, insieme, overdose e altri danni correlati all’uso iniettivo, e avvia un dibattito.

Un variegato gruppo di esperti  – da membri della polizia a esperti di salute pubblica, a ricercatori universitari, con il sostegno della  British Columbia University di Vancouver - elabora  uno studio costi/benefici, a supporto dei decisori locali. Vengono analizzate le ricadute di una eventuale SIF sul piano dei risultati sanitari (infezioni da HIV e HCV, overdose, altre infezioni e patologie correlate, ospedalizzazioni), e viene valutata la sua sostenibilità sul piano economico. Ebbene: in un anno una SIF  previene 5,7 casi di HIV e 21 di HCV, 5,9 morti per overdose,  e fa risparmiare  108 chiamate di soccorso, 78 visite e 27 ospedalizzazioni overdose-correlate, e 374 giorni di ospedale per  patologie diverse  correlate all’iniezione. In positivo, poi, l’attività della SIF porterebbe 121 consumatori verso i servizi. A fronte di questi risultati, in termini economici, al costo annuo del servizio – 1,79 milioni di dollari – fa riscontro un risparmio del sistema sanitario e sociale di 7,77 milioni: per ogni dollaro investito se ne risparmiano 4,35 (https://harmreductionjournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12954-017-0153-2). Lo studio aggiunge che, oltre le cifre, ogni SIF porta con sé altri benefici rilevanti, quali il decrescere dell’uso in pubblico, della violenza di strada, del numero di siringhe  abbandonate,  facilita il protagonismo dei consumatori e il contatto con le popolazioni nascoste. A leggere questo rapporto viene in mente quante competenze abbiamo in Italia per uno studio simile. Eppure, non ne abbiamo visto mezzo. Cosa manca? Una regione o una città che abbiano  il coraggio politico della razionalità.

Pubblicato da LF il 01/08/2017

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